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    MATAR

     
    Piangere, fino ad esaurire queste mie lacrime 
    fino a sentirmi completamente annientata da questo Universo.
    Piangere ancora e ancora e ancora fino a morire
    gemendo, per aver pianto.
    Piango disarmata, con quel briciolo di forza
    che mi è rimasta solo per piangere.
    Alzo le braccia al cielo e lo imploro.
    Ho la testa pesante, piegata, dimessa, che scoppia.
    Non voglio più averne una.
    Quand'è che innocente, ridevo?
    Quand'è che volevo vivere?
    Lontano nei giorni.
    Forse mai. Mai. Non ricordo.
    Non vedo.
    Ora non vedo neanche me stessa.
    Piangere fino a sorridere per aver pianto
    e lasciare per sempre quest'infelicità altrove.
                                                           
                                                                 M.M.
     

    11 Agosto 2007. Mezzogiorno

    Sabato. Vento fastidioso ma fresco, sole tiepido, strada stranamente silenziosa. Stranamente anche oggi è mezzogiorno.
    Mi guardo dentro per un attimo; c'è una felicità soffocata. Non posso esagerare nell'essere felice. Ho imparato - ahimè a mie spese- che la gioia di una sera, di un pomeriggio, dura esattamente quella sera e quel pomeriggio. E' vano sperare che le sue propaggini possano giungere fino alle 24 h successive e se ci spero, inevitabilmente sbatto contro la dura realtà che per qualche attimo era apparsa piacevole. Le mie, però, fin'ora sono 120 h di serenità. 120. RECORD! Qui il discorso si complica: l'aumento delle ore felici è direttamente proporzionale alla probabilità che ci sia uno scacco e che il dolore conseguente possa essere insopportabile (A bocca aperta) . Ahi! E' proprio vero che sono un'inguaribile pessimista incallita. Se mia madre leggesse queste cose si metterebbe le mani nei capelli e forse opterebbe per un pellegrinaggio alla Madonna di Fatima, visto che il proposito di inculcarmi mantra positivi è miseramente fallito.
    A un passo dall'apoteosi, a un passo dallo strazio.
    "A un passo dal possibile, a un passo da te".
    Oggi è più vicino. Che la potenza si stia trasformando in atto? Che il su e giù continuo ed estenuante si stia arrestando? Che il vuoto sotto i miei piedi sia solo una terribile illusione? Tes bras sont vraiment ouvértes?
    Sospendo il giudizio, freno i pensieri...  Il fenomeno della proporzionalità è sacro. Mi attengo ad un'analisi oggettiva dei fatti. Forse però oggi nulla è oggettivo, Tutto è sempre celato da un alone di insicurezza. Gli eventi per quanto chiari possano manifestarsi, hanno sempre un margine di insondabilità (margine??), i contorni netti si caricano di imprecisione e anche la rivelazione più palese è sempre sul punto di ribaltarsi nel contrario e di cadere a picco dalla pienezza della soddisfazione al vuoto del diniego e della perdita.
    Questo significa che la mia è una tensione senza limite, che il dondolio continuerà impaziente, che le braccia potrebbero non essersi dischiuse. Che un giorno sarò troppo stanca di vivere aspettando il mio secolare bateau.Inutilmente.

    Mezzogiorno

    Sabato. Cielo piuttosto nuvoloso, afa, scirocco, letto, libro. Volontà, no. Ma è il caso che mi venga, perchè il tempo stringe e stavolta non posso tirarmi indietro. Vorrei avere una spinta, una valida motivazione per introiettare con piacere tutte queste incomprensibili nozioni di retorica. Non ce n'è una. Neanche mezza. Non ce n'è e basta. E non solo per studiare ma per la mia esistenza in genere. In questo momento è tutto sospeso tra potenza e atto e il bilico comincia a destabilizzare profondamente il mio umore, i miei desideri, le mie (non) inclinazioni. Ne avessi una di certezza, UNA! Invece no. A cosa aggrapparmi? Una volta in una preghiera lessi che tutto ciò che ci circonda è fin troppo precario per fungere da appiglio e che quindi l'unica salvezza dal nostro continuo pericolo di annegamento è Dio. Dio:tu. E' tutto dentro di te: la forza, la debolezza, la morte, la vita. Stando così le cose non mi dovrebbe importare della condizione di assoluta instabilità che permea ogni aspetto del mio vivere. Ma infondo, posso solo aspirare a questa dolce consapevolezza perchè per il momento  è sospesa anch'essa tra potenza e atto, tendendo maggiormente verso la prima. E quindi che fare? Maledetta inettitudine! Maledetta accidia! Ogni giornata segue il suo naturale corso: Comincia--->Trascorre----> Termina. Sequenza liturgica quotidiana e invariabile. Un solo fattore ne determina il segno e mi rendo conto di essere completamente subordinata ad esso, contro la mia volontà. Anche questo Fattore, chiaramente, cerca a fatica una collocazione tra la sfera dell'essere e quella del non-essere, accettando il  frustrante vincolo dell'ibridismo. Ed io abbasso la testa a questa altalenante sicurezza, a questo deludente stato di sudditanza, di ricerca esasperata di arresto.
    E su e giù, dalle fronde alla terra, da Me a Te. Da Me a Te. Su e giù. Ouvre tes bras, sono esausta. Ouvre tes bras, rallento la presa, debole è la mia resistenza. Ouvre tes bras, il corpo che cede, scivola giù, il vuoto lo accoglie ( Il vuoto?). Su e giù. Ouvre tes bras. Chiudo gli occhi, rannicchio le ossa, piego il capo. Ancora una volta, sospesa. Tra le fronde e la terra, nel vuoto, tra Me e Te. Ouvre tes bras, è l'ultimo appello.
    Lo schianto o l'abbraccio? Nella tua volontà un irreparabile destino.