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    Sere d'estate, dimenticate...

    Per la prima volta dopo una settimana non sto soffrendo maledettamente il caldo in questa stanza. Anzi la serata è
    particolarmente piacevole. Ho la finestra aperta, la luce della camera spenta e il mio pc. Mi piace guardare fuori. Ci
    sono tutti gli appartamenti  illuminati e se guardo più su, riesco a vedere il cielo, devo dire, particolarente suggestivo
    d'estate. Sono quasi le 10.30. La gente si starà preparando per uscire, o per cenare, o per bere una bibita fresca in
    qualche allegro locale sulla litoranea, con gli ombrelloni di paglia e le sedie di vimini comode e accoglienti. E
    qualcuno starà ricevendo un bel bacio, qualcuno lo starà dando; quanti se lo staranno scambiando? Qualcuno
    starà facendo l'amore, su qualche spiaggia vuota, dietro una vecchia barca capovolta sulla sabbia. E' tanto
    deprorevole sognare quel rumore, quella luce, quei suoni, quei corpi? Mi è concesso? Il rifugio perpetuo dei miei
    desideri frustrati, della quasi consapevolezza che di questa realtà non posso farci il mio nido, della rabbia per ciò
    che ho aspettato ma non mi è spettato, della mia inutile e ingombrante diversità.
    Un mio amico mi ha chiesto di esprimere un desiderio. Ora. Che desiderio esprimo? Il mio desiderio è sempre lo
    stesso. Ma ora mi accontenterei che se ne realizzasse uno più accessibile: riuscire a tornare a casa tranquilla.
    senza voler scappare immediatamente; riuscire a non sentirmi soffocata dal paese, da quella gente, dalle parole di
    troppo, dagli incontri sgraditi e da quel soffocante passato che a volte si abbarbica alla mia aura che cerca pian piano di espandersi e lo sento stridere con l'apparente pienezza conquistata con il sangue.
    Quanto sono stanca?
    Quanto devo ancora cercarti?
    Quante musiche e danze e immagini ancora, prima che tutto ciò sia completamente finito e realizzato e... messo su
    una dannata pellicola?
    Sempre che tutto ciò prima o poi finisca, si realizzi e venga messo su una dannata pellicola.
    E se così non fosse? Odierò me stessa, i miei studi, quella maledetta, inutile ed ingombrante diversità che per tutta la vita mi ha costretta a costruire qualcosa destinata a corrodersi, frantumarsi, 
    alimentando la forza della distruzione dal mio animo crepuscolare, dai miei implacabili tormenti, del mio umore 
    in bilico, dalla passione sfrenata e incompresa, dalla mia instancabile ricerca d'amore destinata al continuo fallimento. Questa è la mia condanna. Continuare ad 'essere troppo seria per fare la dilettante ma non abbastanza per diventare una professionista'.
    (FEDERICO FELLINI, LA DOLCE VITA)

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